Pubblicato da: aceticoglaciale | agosto 8, 2012

I COLTELLI AFFILATI DI DAVID MAMET

«Lo scopo dell’arte non è cambiare ma allietare. Non ritengo che il suo scopo sia illuminarci. Non ritengo che sia cambiarci. Non ritengo che sia istruirci.» Quanti manuali di recitazione, arte, storia del teatro e del cinema dovremmo stracciare dopo simili affermazioni?
E se le frasi appena espresse provengono da uno dei maggiori e più odiati/amati sceneggiatori e registi hollywoodiani come David Mamet, allora qualcosa su cui riflettere c’è davvero. Tanto per capirci: avete presente i film Il postino suona sempre due volte o Hannibal, o ancora Gli intoccabili o Sesso e potere. Ebbene in tutti questo c’è sempre lo zampino del nostro.
I tre usi del coltelli. Saggi e lezioni sul cinema (pp. 300, € 14,50), edito dalla coraggiosa e sempre più autorevole in campo narrativo e saggistico minimum fax, raccoglie una serie di scritti e interventi, estrapolati anche da laboratori di cinematografia, tenuti da Mamet nel corso degli anni.
Le posizioni rispetto alla quinta arte, al teatro, al ruolo dell’attore e a quello del copione sono senz’altro molto originali. O comunque, per noi che abbiamo frequentato anche corsi di recitazione in questi anni, pongono sotto tutta un’altra luce il palcoscenico e quello che ci sta sopra, sotto e dietro!
A cominciare, però, da quello che ci sta di fronte: «Il pubblico vuole essere incuriosito, fuorviato, talvolta deluso, in modo da poter essere alla fine appagato». Quasi che prima dell’ego del regista si debba tenere in massima considerazione quello del corpo comune della platea, per non dimenticare quello delle balconate, ovviamente!

Quando il coltello viene estratto dalla guaina
Il voluminoso e avvincente saggio si sviluppa come una lunga conversazione tra David Mamet e gli allievi dei suoi corsi, oltre che con gli stessi lettori, e riguarda appunto la natura e lo scopo del dramma sia che si tratti di stesura di un copione destinato alla ripresa cinematografica che alla messa in scena teatrale.
Il dramma, infatti, prende forma nel momento stesso in cui riorganizziamo gli eventi «prolungandoli, condensandoli, in modo da comprendere il significato personale che essi hanno per noi: per noi in quanto protagonisti del dramma individuale che riteniamo sia la nostra vita». Perché, in fin dei conti, drammatizzare fa parte della nostra natura. L’uomo ha bisogno di drammi.
E proprio il “bisogno” scopriamo essere uno degli elementi trainanti del metodo sviluppato da Mamet. L’eroe ha un bisogno da soddisfare. La pièce, di conseguenza, subisce questo bisogno. Ogni singolo atto si sviluppa in funzione di esso. Stesso discorso vale per la stesura di una sceneggiatura: ogni inquadratura deve contenere questa esigenza profonda, per evitare passi falsi e cadute di tono nel corso del progetto.

Un grande spettacolo che affronta le questioni fondamentali
La stessa campagna elettorale statunitense, ad esempio, viene progettata da professionisti come una vera e propria rappresentazione. I candidati sono ovviamente gli attori principali. Gli scandali che accompagnano le polemiche sono i piccoli colpi di scena. Battere 24 ore al giorno su chi vincerà le elezioni attraverso qualsiasi tipo di media, crea l’indotto di pubblico che nessun’altra rappresentazione avrà mai per così tanto tempo.
David Mamet lamenta che sul fondo restano, però, irrisolte «le questioni di autentico spessore politico – l’ambiente, la sanità – che devono mendicare un po’ di attenzione perché non sono drammaticamente efficaci».
Grande Fratello docet viene da chiedersi? Sì, il gusto per la fiction sempre più diffuso ne è la conferma, come pure il trash dei reality show. Ma tutto questo va benissimo, perché il drammaturgo americano disconosce il ruolo sociale del drammaturgo.
Gli uomini e le donne in prima linea per le grandi cause sociali e i diritti umani, sono questi che promuovo dei reali cambiamenti. David Mamet non crede che un film o uno spettacolo teatrale possano realmente incidere su una determinata questione di interesse pubblico.
Ed ecco la frase in apertura del nostro articolo tornare con maggiore forza ed efficacia. E ancora: «Il teatro esiste per affrontare i problemi dell’anima, i misteri della vita umana, non le sue calamità quotidiane».

Cosa ci sono venuto a fare a questo spettacolo?
Chi frequenta le sale teatrali una domanda del genere se l’è fatta almeno una volta durante una rappresentazione non particolarmente riuscita. Lo studio di una pièce efficace parte da una struttura compatta. L’obiettivo del protagonista deve essere ben chiaro fin dall’inizio. Al pubblico non si deve far perdere tempo nell’inutile attesa della comprensione di ciò che sta avvenendo sulla scena.
Una domanda del genere ce la si pone ancora di più quando a calcare il palco è un attore celebre. Oggi molti teatri italiani si riempiono, infatti, solo se in cartellone compare il taldeitali, altrimenti tirare la trentina di persona è impresa gravosa e quanto mai impraticabile.
Secondo il nostro autore, però, gli attori dovrebbero semplicemente essere al servizio del dramma, seguire il copione come è stato scritto, evitare di caricare di tutto il surplus teorico appreso in ore e ore di corsi di recitazione. Un attore conscio della propria fama e del proprio ruolo di star non renderà mai e poi mai un servigio al copione del drammaturgo!
David Mamet non si stanca di ripetere che l’attore ha un unico compito: imparare bene il copione per dare la battuta al momento giusto. Ancora più importante è però l’azione che l’attore compie.

Entrarci con tutto il sangue e con tutto il corpo
L’attore, in quanto essere umano, è sulla scena non come entità costruita sul testo, ma come individuo, che porta la propria singolarità in un lavoro altrui. Nessun primo piano per mettere in rilievo l’attore famoso, ma solo tanti pari al servizio di un scopo ben chiaro e definito.
Ogni azione che viene compiuta sulla scena, teatro o set cinematografico, dovrà avere questa coscienza. Ogni “atto” deve essere il più pulito possibile. Non deve caricare quello che si sta dicendo, ma solo renderlo naturale.
«Perciò, per recitare dobbiamo abituarci a parlare chiaro, a reagire rapidamente, ad agire con decisione, a dispetto di quello che proviamo, e così facendo prenderemo l’abitudine non a “capire”, non a “definire” il momento ma a perdere il controllo e, quindi, ad abbandonarci al dramma… Dimenticate le Voci, aspettate il vostro attacco e parlate anche se siete spaventati».
Il tipo di recitazione proposta da Mamet è quindi molto organica e poco concettuale. Rifiuta, infatti, il modello dell’immedesimazione nel personaggio, perché ciò presupporrebbe una funzione “invivibile” da parte dell’attore stesso.
Al fondo di ogni testo scritto c’è per l’autore la coscienza che: «La vita non è semplice, la verità non è semplice, la vera arte non è semplice. La vera arte è profonda e intricata e varia quanto le menti e le anime degli esseri umani che la creano».
Il saggio contiene ovviamente molto altro entusiasmante materiale: la stesura dettagliata di alcune lezioni di un laboratorio di cinematografia, spiegazioni sul principio di economia per una buona stesura cinematografica e teatrale, consigli per gli attori e altri per dirigere al meglio un film, oltre a numerose considerazioni sul mondo “scellerato” della produzione hollywoodiana.
Un libro importante per tutti gli appassionati di cinema, teatro e anche per chi ha appena iniziato a frequentare un corso di recitazione.

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